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Secondo molare in morso crociato: risolverlo con gli allineatori, senza elastici né miniviti
6 Luglio 26

Secondo molare in morso crociato: risolverlo con gli allineatori, senza elastici né miniviti

Il secondo molare in morso crociato viene spesso vissuto come un caso che obbliga a elastici o miniviti. Nella maggior parte delle situazioni non è un’assunzione sbagliata, ma non è nemmeno inevitabile: con una sequenza progettata bene e usando l’occlusione del paziente come risorsa biomeccanica, si può risolvere senza tecniche ausiliarie. Di seguito il come e, soprattutto, in che ordine.

Prima fase: distalizzare il secondo molare per liberare il primo

Il punto di partenza non è il molare in morso crociato, ma quello distale ad esso. Nel primo set di allineatori si distalizza il secondo molare: il movimento riduce l’attrito sul primo e permette di comprimerlo con più facilità nella fase successiva. Il secondo molare resta temporaneamente arretrato e si riserva a una seconda fase.

Con questa sequenza, in molti casi si riesce a correggere il morso crociato del primo molare senza espandere i superiori e senza compromettere il parodonto, che è di solito proprio l’obiettivo prioritario in questo tipo di casi.

Il terzo molare come risorsa: il rialzo di morso intenzionale

Per lavorare il secondo molare nella seconda fase, il sistema ha bisogno di ancoraggio e di forze. Ed è qui che entra una risorsa che con l’ortodonzia fissa si usa con naturalezza ma che con gli allineatori viene trascurata troppo spesso: includere il terzo molare nel sistema.

Se il terzo molare è presente, lo si include nella pianificazione e vi si progetta sopra un rialzo di morso intenzionale, calcolato perché occluda specificamente sulla cuspide distale del secondo molare inferiore. Quel contatto occlusale controllato genera le forze necessarie per la fase successiva, sfruttando l’occlusione del paziente come motore del movimento.

La risorsa è particolarmente efficace nei pazienti brachifacciali. Nei dolicofacciali l’effetto è minore, ma resta utile come supporto alla meccanica.

Seconda fase: distalizzazione, intrusione e compressione del secondo molare

Con il rialzo di morso attivo e il primo molare stabilizzato come ancoraggio inamovibile, il secondo molare si lavora in tre passi consecutivi.

Prima si distalizza. Poi, sfruttando lo spazio creato e il contatto occlusale del rialzo, si programma l’intrusione (che in buona parte la fornisce la stessa occlusione del paziente). Infine, con il primo molare come ancoraggio solido, si comprime il secondo molare assicurandosi che il sistema applichi il massimo torque radicolo-linguale possibile per allineatore.

Quel torque differenziale è ciò che consente alla compressione di avvenire con controllo tridimensionale e senza ribaltare la corona.

L’occlusione del paziente come alleata

Ciò che rende efficiente questo protocollo è che non combatte l’occlusione del paziente, ma la incorpora come parte della meccanica. Il rialzo di morso sul terzo molare trasforma un contatto che in altri contesti sarebbe un’interferenza in una forza di lavoro. È la differenza tra una pianificazione reattiva e una pianificazione che anticipa e sfrutta ciò che il caso offre.

Quando la sequenza viene rispettata (prima il primo molare, il secondo molare in seconda fase, rialzo intenzionale sull’ottavo e torque differenziale durante la compressione) il risultato si ottiene senza elastici, senza miniviti e senza compromettere i tessuti di supporto.


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